Così l'Italia scopre una città scomparsa in Iraq

Ancora diversi interrogativi si celano sotto le sabbie dell’Iraq meridionale. Di sicuro c’è che quella rinvenuta dagli archeologi italiani ad Abu Tbeirah, poco a sud di Nassiriya, è una grande città sumera rimasta celata per cinquemila anni. Una metropoli per gli standard dell’epoca, che si estende per circa 45 ettari a neanche una ventina di chilometri a est dalla famosa Ur. Si tratta della prima missione archeologica straniera in Iraq dalle Guerre del Golfo, se si esclude il più tranquillo e autonomo Kurdistan. di Ferdinando Calda
7 AGO 20
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Ancora diversi interrogativi si celano sotto le sabbie dell’Iraq meridionale. Di sicuro c’è che quella rinvenuta dagli archeologi italiani ad Abu Tbeirah, poco a sud di Nassiriya, è una grande città sumera rimasta celata per cinquemila anni. Una metropoli per gli standard dell’epoca, che si estende per circa 45 ettari a neanche una ventina di chilometri a est dalla famosa Ur. La scoperta è stata fatta da una missione dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione con gli archeologi iracheni, guidata dall’assiriologo Franco D’Agostino.

Si tratta della prima missione archeologica straniera in Iraq dalle Guerre del Golfo, se si esclude il più tranquillo e autonomo Kurdistan. Un primato significativo, specialmente per la valenza che le stesse autorità di Bagdad hanno voluto dare al progetto. “Per gli iracheni l’obiettivo primario della missione era di dare un forte segnale di normalizzazione del paese. Non volevano quindi andare a scavare in un sito già scoperto, come se si trattasse di un’opera di emergenza per salvare i reperti. Piuttosto cercavano uno scavo per ricominciare le normali attività archeologiche locali”, spiega D’Agostino, orgoglioso di aver ottenuto “il primo permesso ufficialmente concesso dal nuovo governo di Bagdad”.

Un risultato che non si improvvisa ed è frutto di un lungo percorso per costruire una fiducia reciproca tra iracheni e italiani. Il percorso è cominciato all’inizio del 2008, quando i fondi del governo italiano stanziati per i carabinieri di Nassiriya vengono dirottati in progetti di ricostruzione civile, coordinati dal Prt (Provincial Recostruction Team) guidato dalla milanese Avnna Prouse. Grazie ai fondi della Farnesina, D’Agostino tiene una serie di corsi di aggiornamento nel campo dell’archeologia al personale dello State board of antiquities and heritage del ministero della Cultura iracheno e dell’Università di Thi Qar. Proprio grazie alla buona riuscita di questi corsi arriva la richiesta di guidare una missione congiunta italo-irachena nell’area.

Una volta individuato il sito, anche alle immagini aeree catturate da un drone statuniense, sono partiti gli scavi. E quello che hanno trovato ha superato ogni aspettativa. In ventuno giorni sono venuti alla luce almeno cinque tombe con ricchi corredi, oltre ai resti del muro perimetrale di un palazzo. Una delle tombe viene chiamata romanticamente “Tomba del Piccolo principe”, perché l’occupante sembrerebbe avere non più di un anno.

I ritrovamenti indicano che si tratta di una ricca ed evoluta città risalente al periodo a cavallo tra l’epoca Protodinastica e il periodo accadico, indicativamente tra il 2.400 e il 2.200 a.C. “Per noi è stata una sorpresa”, ammette D’Agostino. “Abbiamo la certezza che fosse una città estremamente ricca e sviluppata, che può essere paragonata alle grandi città della Mesopotamia, come Lagash, Umma o la stessa Ur. Questa, però, è ancora sconosciuta”, spiega ancora il professore, che non vede l’ora, fondi permettendo, di tornare a scavare tra la sabbia di Abu Tbeirah.
di Ferdinando Calda